LA STELLA CHE NON C’ E’
Avrebbe a buon diritto potuto chiamarsi "La storia che non c’è" o, con
pindarico volo "Alla ricerca del Graal". Ricorda quel genere di film,
grande genere, in cui nell’arco -che so- di 24 o 48 ore l’eroe della
situazione deve trovare un ordigno che sta per fare esplodere il mondo e
disattivarlo inserendogli dentro un meccanismo in suo possesso, che solo
può evitare la catastrofe. Cosa che regolarmente avviene, con gran
ristoro soprattutto dello spettatore, negli ultimi secondi prima della
deflagrazione. Qui il meccanismo, il pezzo, non riguarda tanto una
bomba, ma piuttosto un altiforno venduto da un’acciaieria dimessa di
Bagnoli, smontato e portato in Cina, nella Cina dei nostri giorni,
quella del boom. Ma un volonteroso tecnico sa che quel macchinario ha un
pezzo difettoso e allora, con quello buono da lui stesso messo a punto,
si avventura non richiesto e a sue spese, nella terra dei loti per
effettuare la non richiesta sostituzione. Credibile? No? Non importa. Si
tratta alla fin fine di un’escamotage, un pretesto per portarci in Cina,
dove comincia quello che il Benigni critico cinematografico (…a
proposito, qualcuno se lo ricorda?...) di un tempo avrebbe chiamato un
film onderòd. E così il nostro eroe Vincenzo Buonavolontà, che ha
casualmente rincontrato la cinesina interprete già conosciuta in Italia
(toh, che caso!) se li fa proprio tutti i mezzi di trasporto (meno la
troppo banale per quei luoghi- bicicletta) treni, autobus, camion,
navi, metropolitane, ascensori, piani inclinati, carretti, battelli,
rimorchi e qualcuno sicuramente me ne sfugge, vagando per una Cina in
febbrile rigoglio industriale alla ricerca, appunto, del Sacro Graal,
ossia l’impianto a cui sostituire la centralina difettosa. Passando
impavido tra disavventure poliziesche, ossia con la polizia, errori
logistici, cibi strani, gente aliena, fra città e villaggi, cave e
campagne, appartamenti-laboratorio, negozi di barbiere con annesso
dormitorio, insomma, un po’ dappertutto, chè alla fine è proprio questo
–sembrerebbe- lo scopo del film, farci vedere il più possibile della
Cina, e soprattutto fuori dagli schemi. Grazie a dio, il regista si
sottrae ad ogni tentazione di storia d’amore con la cinesina che
virgilianamente accompagna il nostro per ogni dove, e glie ne siamo
grati. Chi magari per caso, per sua fortuna, avesse di recente visto gli
scarni e pregnanti documentari di Francesco Conversano e Nene
Griffagnini sulla Cina, magari ne sa e ne ha viste di più, comunque
anche il film di Amelio in proposito qualcosa lo dice, ed è già un buon
motivo magari per andarlo a vedere. Amen. Fràdiavolo





dall’orgasmo, e alla fine quello era l’unico modo...Tutti sapevano o quanto meno presentivano che in quei residui dieci minuti il gol lo avrei di certo fatto...Les italiens erano cotti come le mele che si danno agli intestini duri negli ospedali o negli
Cenerentola. L’apoteosi di una finale mondiale decretata.jpg)
C'è una figlia adolescente che un padre, un po' rozzo, un po' alcolizzato, un po' disoccupato, cerca di violentare, ricevendone per tutta risposta una coltellata letale all'addome. La mamma della piccola, senza troppi lutti, senza troppe storie, premurosamente fa sparire il cadavere, sistemandolo momentaneamente nel surgelatore di un ristorante chiuso e in vendita di cui ha le chiavi, nell'attesa di dargli più adeguata, seppur clandestina, sepoltura. Voilà. Ma la piccola non era la figlia della, diciamo così, buonanima, il che in qualche modo, se così si può dire, parzialmente rivaluta l'impulso pur riprovevole dell'accoltellato, ma in realtà del nonno materno, che a suo tempo aveva violentato l'imberbe figliuola, ingravidandola. La nonna, a sua volta, all'insaputa di tutto, stanca dei tradimenti del marito, aveva dato fuoco al casotto dove il fedifrago e incestuoso giaceva con l'ultima amante, arrostendo entrambi. Sparendo subito dopo, per dare ad intendere che lei stessa fosse morta carbonizzata col marito, vivendo poi in assoluta clandestinità fantasmatica a casa della sorella, in un piccolo paese della Mancha. Morta la vecchia zia, il fantasma si sposta nel bagagliaio della vettura in casa dell'altra figlia Soledad, parrucchiera in nero a Madrid, zitella, grazie a Dio, prima di ricomparire con tutti i crismi mortali prima alla nipotina, poi all'altra figlia. Ed è un rapporto difficile, perchè Raimunda-Cruz ce l'ha con la madre, che a suo termpo non si accorse dell'incesto in famiglia. Fortuna le vicine, che danno una mano, fortuna il ristorante del surgelatore, che viene riattivato dall'intraprendente Raimunda, ricavandone qualche spicciolo per tirare avanti! C'è poi un'altra figlia, quella dell'ex amante del padre di Sol e Raimunda, come si ricorderà a suo tempo carbonizzata dalla muliebre vendetta, che fuma erba prima e dopo aver appreso del tumore che l'ha colpita. Ha pure la bella pensata di prensentarsi in un talk-show di pettegolezzi a raccontare la sua storia, in cambio di un viaggio e cure ad Houston, ma la cosa non è che vada proprio a buon fine. Non racconteremo il finale per non rovinarvi la suspance, anche se va detto che può a buon conto iscriversi nel genere tarallucci & vino. E preparate pure qualche lacrimuccia, non tanto nè solo per i padri violentatori giustamente fatti fuori, quanto per il riaccendersi di un dialogo pieno di affetto e comprensione fra la vecchia madre ex fantasma e la figlia ex incazzata. Film sulle madri? Film femminista? Mah! Amen. Fràdiavolo
Nel film Sesso e filosofia" del cinquantenne iraniano Mohsen Makhmalbat ( già noto al pubblico italiano per "Viaggio a Kandahar") di sesso non c'è traccia e, più che di filosofia, si può parlare di libere riflessioni sull'amore. Un pamplet coreografico ed estetizzante sulla libertà dell'emozione amorosa e sul suo svolgersi e declinare, che magari nell'antichità classica avrebbe potuto titolarsi "De rerum amoris". Un uomo, guarda caso un artista in qualche modo, un coreografo, riunisce nella palestra dove tiene le sue lezioni di danza, insieme alle altre sue allieve, le sue quattro amanti, ignare ognuna delle altre, nel giorno del suo cinquantesimo compleanno e lì, fra un balletto e l'altro, ripercorre a ritroso la storia di quegli amori, dal loro sorgere al loro necessario terminare. Infatti le -chiamiamole volgarmente così - cornute non sembrano accettare volentieri la rivelazione dell'esistenza delle concorrenti e, chi per un verso chi per l'altro, si defilano con indubbio stile e self control. Meno la quarta, la più matura, che a sua volta fa incontrare il nostro con i suoi tre amanti, rendendo pan per focaccia al disilluso protagonista e chiudendo così a suo modo, in maniera alquanto più burrascosa, il cerchio. Se nella prima parte della pellicola l'attenzione della cinepresa è concentrata soprattutto all'interno della palestra di danza, la seconda parte ci porta a spasso nella Russia desolata e afflitta del postcomunismo, dentro ambientazioni inedite ed originali e, come tutto il film, del resto, di taglio ispirato e simbolico. Il protagonista fa scattare di tanto in tanto un cronometro: ci spiegherà che lo usa per cronometrare i momenti felici della sua vita che, in cinquant'anni, assommano a cinquanta ore. Troppo? Poco? Fate voi. Si intrecciano così, di volta in volta, i temi del trascorrere del tempo, della nostalgia per un ideale amoroso sempre inseguito e mai raggiunto, della conoscenza di sè attraverso lo specchio dell'universo femminile, dell'impossibilità di dare all'amore senso e durata, il tutto dentro un soggettivismo un po' stereotipo ed intellettualistico in cui ognuno, alla fine, può dire la sua. Le coincidenti età del regista e del protagonista della -chiamiamola così- storia sottendono poi una riflessione a larghe maglie autobiografica e di personale vissuto (il regista e le sue attrici?). Al di là di tutto, il tentativo in qualche modo temerario del regista va apprezzato, il film a tratti trasuda intensità , seppur lasci alla fine una sensazione di incompiutezza. Ma come trattare delle cose dell'amore, pur all'interno di un trattatello, in maniera plasticamente conclusa? Amen. Fràdiavolo

Bel film. Di quelli asciutti, che non lasciano sbavature melensi, inutili e poco credibili... Un grido di dolore, quasi un inno al dolore che ogni vita puo’ celare, soprattutto quelle vite “normali”; anzi piu’ ci appaiono normali e forse piu’ sofferenza nascondono.
Si definisce così, fra le righe del suo simpatetico film, il, regista de “Il regista di matrimoni”: il più piccolo fra i grandi; senza considerare poi che siamo in Italia (cioè il paese più piccolo fra quelli grandi). A parte l’ininfluente immodestia, che è sempre optional fra i grandi, siano pure i più piccoli, non si può non concordare. Dopo un paio di generazioni di autori ormai andati e consacrati, c’è nella nostra piccolissima Italia qualcuno che abbia quel passo e quel respiro? Qualcuno in grado di pensare visionariamente il reale, fare sintesi senza compromessi e ammiccamenti di sorta, parlare al cuore e all’intelletto, con una visione lucida (perché onirica) della storia, della cultura e dell’alfabeto dell’oggi? La cui opera faccia ormai corpo (e sangue, buon sangue)? Ci sono frammenti, angolazioni, punti di vista e di osservazione, più o meno azzeccati, più o meno à la page. Mai qualcosa di più organico, completo, simbolico, sintetico, a parte qualche rara eccezione, e Belloccchio indubbiamente lo e’. E’ un film di citazioni “Il regista di matrimoni”: “I promessi sposi”, il film nel film, la crisi dell’intellettuale, “bevete più latte, il latte fa bene…” la trasfigurazione (onirica) della realtà, addirittura le comiche dei tempi del muto, e quante altre se ne poterbbero trovare. Pensiamo a “8 e mezzo”: il regista in crisi, l’alter-ego Mastroianni-Castellitto (alquanto simili nei modi, nelle corde, nello stile, no?), la donna salvatrice/tentatrice, la fuga dalla/nella realtà, ancora il film nel film (o “nei film”: Bellocchio si inventa ancora una webcam B&W poggiata su soffitti, parati, taschini della giacca, sassi di spiaggia), l’assunzione della visione femminile, l’amarezza (o perplessità) di fondo. O pensiamo a “L’uomo delle stelle”, anch’esso vicino, di Peppuccio Tornatore, anche lui, come il nostro, siciliano, con un Castellitto regista (alquanto da strapazzo, ma…dov’è la differenza?) che anche lì gira pellicola nella provincia siciliana. O pensiamo all’ultimo Bertolucci, sul ’68 (il Sessantotto: anche Bellocchio parte artisticamente e politicamente da lì). Fa il trittico con “L’ora di religione” e “Buongiorno notte” “Il regista di matrimoni”, film diversissimi, film sull’Italia di oggi che con/viene da quella del passato, che da angolazioni volutamente (e non sostanzialmente) parziali compongono un quadro. Film “politicissimi” tutti e tre (ben più de “Il caimano), che mettono in scena il brodo di cultura in cui annega l’Italia di oggi. Magari ne verranno altri ad aggiungere angolazioni e particolari, ma l’impianto è già solido e (per una volta tanto) coerente. “L’ora di religione” (sempre con Castellitto, su Castellitto) sul rapporto, più che con il sacro, con il clericale; “Buongiorno notte”, sui “morti che comandano” e su come sarebbero potute andare –ma era inimmaginabile che andassero- le cose perché non ci ritrovassimo qui, “Il regista di matrimoni” su come sia impossibile muoversi dentro un presente tarato e corrotto, su come sia impossibile fare, ragionare, lavorare al di fuori di una qualche pur improvvisata ipotesi di fuga, di (in termini artistici) astrazione. Due cani bianchi, due cani neri, un regista di valore che si finge morto (e si interpreta suicida nel mare) per essere
consacrato e premiato e scaglia lo champagne del solitario brindisi –appunto- nel mare, un fotografo-filmatore di matrimoni in una cittadina della Sicilia, che riconosce e apre la strada al maestro, una villa patrizia in decadenza, castello kafkiano senza entrate né uscite. E poi, una Lucia Mondella di nome e di fatto, un padre-padrone aspirante omicida-suicida (fà lo stesso), due donne-icona che in pratica sono la stessa (Bunuel?), un matrimonio obbligato e concordato, un mondo esterno che puzza di tradizione male assimilata e conformismo. C’è pure un extracomunitario di colore (l’angelo pasoliniano?) che dona un amuleto e scambia provvidenzialmente una giacca, una clausùra prematrimoniale, appuntamenti e incontri alla messa dell’alba al convento delle Carmelitane, la Webcam dei cani neri e dell’ingresso nella villa memorizzata e fedelmente riportata dalla Lucia Mondella di turno (si comunica, certo, fra chi sogna). “Boh”, è il senso ultimo del film; “boh” concordiamo e asseveriamo: boh, boh, boh. Fuga finale in treno a due, nello stesso scompartimento, Tramaglino, Mondella, e in scompartimenti separati: boh, boh, boh! Fràdiavolo
La terra. Come il titolo dell’ultimo film di Rubini. Terra come attaccamento ad un luogo, terra come un legame invisibile, impercettibile nei confronti di una cultura in cui è radicata la storia di ogni persona. Terra così vicina così lontana. Terra che rimane nel cuore nonostante tanti chilometri di separazione. L’ultimo film di Rubini è anche questo. Il regista, oltre a presentarci un quadretto della Puglia dei giorni nostri, le cui pennellate con toni più o meno forti dipingono un paesello, alcuni abitanti tra cui quattro fratelli, ognuno incanalato nella propria vita si ritrovano per decidere le sorti della masseria di famiglia. Non vi racconto il film. Se riuscite andate a vederlo. Il finale del film, assolutamente imprevedibile, lancia un messaggio chiaro, spregiudicato. L’attaccamento ad un luogo, alle proprie origini, non è solo rappresentato dal desiderio di tornare di tanto in tanto ma sembra essere qualcosa di radicato interiorizzato in ogni persona.
Nonostante quella cultura mi sia stata raccontata e sia lontana, per certi versi, anni luce dalla cultura (altra) nella quale io sono cresciuta, concordo che l’attaccamento ad un luogo non solo dato dal vivere in quel luogo. E’ molto di più. E’ radicamento, attaccamento e rappresentazione che un determinato luogo ha nello spazio della propria memoria di ogni persona. 