lunedì, 23 ottobre 2006

          LA STELLA CHE NON C’ E’

Avrebbe a buon diritto potuto chiamarsi "La storia che non c’è" o, con

pindarico volo "Alla ricerca del Graal". Ricorda quel genere di film,

grande genere, in cui nell’arco -che so- di 24 o 48 ore l’eroe della

situazione deve trovare un ordigno che sta per fare esplodere il mondo e

disattivarlo inserendogli dentro un meccanismo in suo possesso, che solo

può evitare la catastrofe. Cosa che regolarmente avviene, con gran

ristoro soprattutto dello spettatore, negli ultimi secondi prima della

deflagrazione. Qui il meccanismo, il pezzo, non riguarda tanto una

bomba, ma piuttosto un altiforno venduto da un’acciaieria dimessa di

Bagnoli, smontato e portato in Cina, nella Cina dei nostri giorni,

quella del boom. Ma un volonteroso tecnico sa che quel macchinario ha un

pezzo difettoso e allora, con quello buono da lui stesso messo a punto,

si avventura non richiesto e a sue spese, nella terra dei loti per

effettuare la non richiesta sostituzione. Credibile? No? Non importa. Si

tratta alla fin fine di un’escamotage, un pretesto per portarci in Cina,

dove comincia quello che il Benigni critico cinematografico (…a

proposito, qualcuno se lo ricorda?...) di un tempo avrebbe chiamato un

film onderòd. E così il nostro eroe Vincenzo Buonavolontà, che ha

casualmente rincontrato la cinesina interprete già conosciuta in Italia

(toh, che caso!) se li fa proprio tutti i mezzi di trasporto (meno la

troppo banale per quei luoghi- bicicletta) treni, autobus, camion,

navi, metropolitane, ascensori, piani inclinati, carretti, battelli,

rimorchi e qualcuno sicuramente me ne sfugge, vagando per una Cina in

febbrile rigoglio industriale alla ricerca, appunto, del Sacro Graal,

ossia l’impianto a cui sostituire la centralina difettosa. Passando

impavido tra disavventure poliziesche, ossia con la polizia, errori

logistici, cibi strani, gente aliena, fra città e villaggi, cave e

campagne, appartamenti-laboratorio, negozi di barbiere con annesso

dormitorio, insomma, un po’ dappertutto, chè alla fine è proprio questo

–sembrerebbe- lo scopo del film, farci vedere il più possibile della

Cina, e soprattutto fuori dagli schemi. Grazie a dio, il regista si

sottrae ad ogni tentazione di storia d’amore con la cinesina che

virgilianamente accompagna il nostro per ogni dove, e glie ne siamo

grati. Chi magari per caso, per sua fortuna, avesse di recente visto gli

scarni e pregnanti documentari di Francesco Conversano e Nene

Griffagnini sulla Cina, magari ne sa e ne ha viste di più, comunque

anche il film di Amelio in proposito qualcosa lo dice, ed è già un buon

motivo magari per andarlo a vedere. Amen. Fràdiavolo

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martedì, 11 luglio 2006

  LA TESTATA 











Già, la testata... fatto è che a quel punto me ne volevo andare, lasciarli, lasciarvi tutti lì, sul campo, sugli spalti dello stadio, incollati in miliardi agli schermi azzurrognoli dei televisori a un niente dall’orgasmo, e alla fine quello era l’unico modo...Tutti sapevano o quanto meno presentivano che in quei residui dieci minuti il gol lo avrei di certo fatto...Les italiens erano cotti come le mele che si danno agli intestini duri negli ospedali o negli  ospizi...Buffon lo avevo scherzato con il rigore e poi il  colpo di testa per vedere fino a che punto...perfetto nei meandri della logica balistico-calcistica e dei riflessi, imballato come il bianconiglio di fronte al cappellaio matto negli interstizi dove il tempo rallenta e quasi si ferma, nella luce che non è più artificiale né naturale, solo irreale,...impermeabile a tutto tranne che all’ipnosi....Eccolo, allora, il tiro che lo avrebbe allampanato nel mentre che l’arbitro avesse portato il fischietto alla bocca per decretare la fine di tutti i tempi e inaugurato il bingo dei rigori...ce lo avevo così chiaro e definito nella testa e nei piedi che avrei potuto calciarlo ad occhi chiusi, anzi, solo così....una palla sporca, poi pulita, poi di nuovo sporca, che sarebbe schizzata lenta, per poi accelerare e poi di nuovo rallentare in un giro perverso a rientrare subito prima della linea, con il portiere già sdraiato (in un anticipo di vacanza al mare) dove avrebbe dovuto essere se non fosse stata avvelenata di Valium e Zirtec come la mela di Cenerentola. L’apoteosi di una finale mondiale decretata  da un pallone Nike di cuoio sintetico che varca sul triplo estremo fischio la linea del senso e della logica....fine del calcio, estasi terminale. Quella sfera ormai immateriale che si ferma un attimo sulla linea alla fine di tutto, ma poi si riaccende di un singhiozzo per andare oltre, che è un po’ quello che ho fatto sempre io.... E il resto della vita, lui, quel magnifico portiere, a domandarsi come e perché....D’altronde, qualcuno può credere che la traversa a incocciare subito dietro la linea di gesso della  porta del mio rigore fosse un caso? Mai una mossa fu più studiata, voluta, cercata, matematica inossidabile,  pura energia, E=mc2, a solcare un’aria curva: conoscete, no, il gioco del biliardo, sponda di prima, sponda di seconda....? Pensate che banalità battere i rigori come quei cinque italiens, tutti a gonfiare la rete, tutti calcisticamente perfetti, tutti da copione, mele ai porci...Io non ce l’avrei fatta, sarei stato colto dalle contorsioni già prima della rincorsa, avrei vomitato sul pallone, defecato e eiaculato insieme nella mutanda bianca da Bleus...No! Del resto il seguito lo conoscevo già, lo avevo già vissuto una, due, dieci volte.... Che palle! La coppa da alzare, i fuochi d’artificio, le stelle filanti, le colombe spaventate, we are the champion, folle di tifosi osannanti e sudaticci in aeroporto, onorificienze di Stato,  Legion d’Onore, Les enfants de la Patrie (... io, trucidato nella battaglia di Algeri...), la cena all’Eliseo, la Torre d’Eiffel che esplode di fuochi pirotecnici come uno shuttle alla partenza con due milioni di persone sotto... pullman scoperti sui Champs Elyisèes  fra ali di folla ebete e festante (c’avete presente il Circo Massimo, una bella festa, no?...Ve la lascio....), malori, infarti, svenimenti, con due milioni di persone sotto, fischietti, trombette, mortaretti, cordoni di forze dell’ordine a contenere le masse come ai tempi di Hitler e poi di De Gaulle... e poi flash di fotografi a mitraglia per farti disimparare una volta per tutte la luce dei tramonti, giornalisti che ti porgono domande banali con l’unica opzione di risposte banali... mica una volta, per tutta la vita.... sorriso da gonzo soddisfatto obbligatoriamente sulla faccia per giorni e giorni, mesi, anni, una maschera che a 33 anni è assurdo possa accompagnarti e perseguitarti per tutta la vita, per sempre...l’eroe, il divino, il salvatore della patria, l’emblema della Nazione (quale?), l’orgoglio di Francia, Luigi Napoleone, Napoleone Bonaparte...i 300.000 euro di premio partita, la pubblicità degli pneumatici, della Perrièr, delle Adidas fatte dai bambini vietnamiti, il punto di Pil...No, tutto questo non fa e non faceva per me, non mi rappresentava né comprendeva, non ero io, uno che rubava gli stereo nelle macchine, ma solo quelle dei ricchi, uno che scaricava i cargo nel porto di Marsiglia in cambio di due stecche di bionde di contrabbando o di una tavoletta di cioccolata da fumare....Meglio, molto meglio, sparigliare le carte, buttare per aria il tavolo da gioco con già in mano il poker servito, ripartire da zero o da meno tre, ripartire, come la Juventus, dalla C1, da dove non batte -per fortuna!- il sole, come dentro i container vuoti coi lucchetti scassinati dove pagavo non tanto per l’amore  quanto per smaltire la rabbia....però libero, anche se solo, però ancora vivo, padrone di me stesso e della mia faccia di pietra.... una zuccata, il rosso sventolato davanti al toro nell’arena, il ritorno nelle segrete della Bastiglia, l’uscita sotto gli occhi e gli insulti di tutti, proprio tutti, allibiti, indignati, loro, increduli... lo sgomento dei compagni (quali?)... centomila lampi di camere digitali giapponesi tutti insieme, il ringhio astioso degli avversari e di quelli che si eccitano e si arrapano allo spettacolo della caduta, le improbabili, le impossibili analisi e spiegazioni dei cronisti, dei commentatori, dei mestieranti dell’interpretazione e della logica, il brivido gelato e perverso della folla di fronte al campione, al gladiatore abbattuto nel Colosseo, nel Circo Massimo... pollice verso... au revoir....Zinedine











 









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martedì, 06 giugno 2006

   V O L V E R

C'è una figlia adolescente che un padre, un po' rozzo, un po' alcolizzato, un po' disoccupato, cerca di violentare, ricevendone per tutta risposta una coltellata letale all'addome. La mamma della piccola, senza troppi lutti, senza troppe storie, premurosamente fa sparire il cadavere, sistemandolo momentaneamente nel surgelatore di un ristorante chiuso e in vendita di cui ha le chiavi, nell'attesa di dargli più adeguata, seppur clandestina, sepoltura. Voilà. Ma la piccola non era la figlia della, diciamo così, buonanima, il che in qualche modo, se così si può dire, parzialmente rivaluta l'impulso pur riprovevole dell'accoltellato, ma in realtà del nonno materno, che a suo tempo aveva violentato l'imberbe figliuola, ingravidandola. La nonna, a sua volta, all'insaputa di tutto, stanca dei tradimenti del marito, aveva dato fuoco al casotto dove il fedifrago e incestuoso giaceva con l'ultima amante, arrostendo entrambi. Sparendo subito dopo, per dare ad intendere che lei stessa fosse morta carbonizzata col marito,  vivendo poi in assoluta clandestinità fantasmatica a casa della sorella, in un piccolo paese della Mancha. Morta la vecchia zia, il fantasma si sposta nel bagagliaio della vettura in casa dell'altra figlia Soledad, parrucchiera in nero a Madrid, zitella, grazie a Dio, prima di ricomparire con tutti i crismi mortali prima alla nipotina, poi all'altra figlia. Ed è un rapporto difficile, perchè Raimunda-Cruz ce l'ha con la madre, che a suo termpo non si accorse dell'incesto in famiglia. Fortuna le vicine, che danno una mano, fortuna il ristorante del surgelatore, che viene riattivato dall'intraprendente Raimunda, ricavandone qualche spicciolo per tirare avanti! C'è poi un'altra figlia, quella dell'ex amante del padre di Sol e Raimunda, come si ricorderà a suo tempo carbonizzata dalla muliebre vendetta, che fuma erba prima e dopo aver appreso del tumore che l'ha colpita. Ha pure la bella pensata di prensentarsi in un talk-show di pettegolezzi a raccontare la sua storia, in cambio di un viaggio e cure ad Houston, ma la cosa non è che vada proprio a buon fine. Non racconteremo il finale per non rovinarvi la suspance, anche se va detto che può a buon conto iscriversi nel genere tarallucci & vino. E preparate pure qualche lacrimuccia, non tanto nè solo per i padri violentatori giustamente fatti fuori, quanto per il riaccendersi di un dialogo pieno di affetto e comprensione fra la vecchia madre ex fantasma e la figlia ex incazzata. Film sulle madri? Film femminista? Mah! Amen. Fràdiavolo

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giovedì, 04 maggio 2006

        SESSO E FILOSOFIA

Nel film Sesso e filosofia" del cinquantenne iraniano Mohsen Makhmalbat ( già noto al pubblico italiano per "Viaggio a Kandahar") di sesso non c'è traccia e, più che di filosofia, si può parlare di  libere riflessioni sull'amore. Un pamplet coreografico ed estetizzante sulla libertà dell'emozione amorosa e sul suo svolgersi e declinare, che magari nell'antichità classica avrebbe potuto titolarsi "De rerum amoris". Un uomo, guarda caso un artista in qualche modo, un coreografo, riunisce nella palestra dove tiene le sue lezioni di danza, insieme alle altre sue allieve, le sue quattro amanti, ignare ognuna delle altre, nel giorno del suo cinquantesimo compleanno e lì, fra un balletto e l'altro, ripercorre a ritroso la storia di quegli amori, dal loro sorgere al loro necessario terminare. Infatti le -chiamiamole volgarmente così - cornute non sembrano accettare volentieri la rivelazione dell'esistenza delle concorrenti e, chi per un verso chi per l'altro, si defilano con indubbio stile e self control. Meno la quarta, la più matura, che a sua volta fa incontrare il nostro con i suoi tre amanti, rendendo pan per focaccia al disilluso protagonista e chiudendo così a suo modo, in maniera  alquanto più burrascosa, il cerchio. Se nella prima parte della pellicola l'attenzione della cinepresa è concentrata soprattutto all'interno della palestra di danza, la seconda parte ci porta a spasso nella Russia desolata e afflitta del postcomunismo, dentro ambientazioni inedite ed originali e, come tutto il film, del resto, di taglio ispirato e simbolico. Il protagonista fa scattare di tanto in tanto un cronometro: ci spiegherà che lo usa per cronometrare i momenti felici della sua vita che, in cinquant'anni, assommano a cinquanta ore. Troppo? Poco? Fate voi. Si intrecciano così, di volta in volta, i temi del trascorrere del tempo, della nostalgia per un ideale amoroso sempre inseguito e mai raggiunto, della conoscenza di sè attraverso lo specchio dell'universo femminile, dell'impossibilità di dare all'amore senso e  durata, il tutto dentro un soggettivismo un po' stereotipo ed intellettualistico in cui ognuno, alla fine, può dire la sua. Le coincidenti età del regista e del protagonista della -chiamiamola così- storia sottendono poi una riflessione  a larghe maglie autobiografica  e di personale vissuto (il regista e le sue attrici?). Al di là di tutto, il tentativo in qualche modo temerario del regista va apprezzato, il film a tratti trasuda intensità , seppur lasci alla fine una sensazione di incompiutezza. Ma come trattare delle cose dell'amore, pur all'interno di un trattatello, in maniera plasticamente conclusa? Amen. Fràdiavolo

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categoria:cinema
domenica, 30 aprile 2006
LA VITA SEGRETA DELLE PAROLE
 
   
    Cronaca breve di un pomeriggio: voglio andare a vedere l’ultimo film di Spike Lee: mezz’ora prima dell’inizio della pellicola nella grande multisala erano rimasti solo 4 posti in prima fila. Conoscendo i ritmi dei romani la domenica sera, l’avevo un po’ previsto, quindi mi dirigo al vicino cinema dove danno l’ultimo di Bellocchio: a venti minuti dall’inizio ci sono solo 6 posti tra la prima e la seconda fila (conosco le dimensioni della sala – da scartare!). Bene proprio per tigna – volevo andare al cinema, uffa – tento nell’adiacente cinemetto d’essai, e mi oriento su un film che pensavo di aver gia’ perso: Il senso delle parole; mi aveva incuriosito gia’ alla sua uscita, non ne sapevo molto, ma programmandolo a un d’essai c’era gia’ un quarto di garanzia di qualita’!
    Qui a cinque minuti dall’inizio c’era piu’ di meta’ sala a disposizione per la scelta del posto: finalmente! Mi siedo e assisto a uno spettacolo intenso si’, per recitazione e si puo’ dire anche per soggetto, originale, ben pensato ma..... insomma un po’ “troppo” un concentrato di storie forse tanto/troppo originali, diciamo cosi’. La figura della protagonista, che inizialmente prometteva molto, si va pian piano (dopo un accenno di sviluppo durante la storia) come spegnendo proprio quando si scopre il “perche’” di tanta sua tristezza e introversione, di tanto disgusto per la parte buona o bella o varia o vivace della vita. Poi si capisce il perche’, ma insomma, pur essendo una sorpresa, non risulta di “impatto”. E cosi’ pure il seguito; avvicinandosi il finale (ahime’ il solito “lieto fine”) tutto si ricompatta in una storia appunto dove trionfa l’amore, nel senso piu’ banale e scontato del termine. Insomma con l’amore si riesce a superare la storia piu’ truce, si vincono gli incubi ricorrenti, si cancella un passato di violenze subite e assistite e ci si rifa’ insomma una esistenza decente, degna, con una bella casetta linda e pinta, due bei pargoli e un bel maritozzo (anche lui con la sua bella dose di passato dimenticato, superato e che, in fondo, lascia solo qualche remota cicatrice....)
    Che dire? Io avevo voglia di andare proprio al cinema e non ho voluto cedere ai segnali del fato che forse mi stavano consigliando (fortemente) di soprassedere per questa serata, ma se voi potete ancora scegliere, lasciatevi la visione di questo film ..... proprio solo nel caso in cui anche in televisione non ci fosse neanche una soap opera da guardare!!!
 Jollia
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sabato, 29 aprile 2006
Locandina False Verità
LE FALSE VERITA’
 
 
    Un’opera inutile. Un film che ti fa domandare a cosa e’ servito o perche’ e’ stato confezionato, ideato, realizzato. Per carita’ fatto anche bene, nel senso di ambientazione, fedelta’ agli anni ’60 in cui in parte e’ ambientato, pero’ manca qualcosa.... e qualcosa di grosso, direi.
    Lo lanciano come un thriller mozzafiato, un giallo che tiene avvinti, con colpo di scena finale..... si’ vabbe’ un colpuccio di scena alla fine forse si puo’ pure avere, ma il brutto e’ che ci si chiede a che serve.... non serve, cioe’ nello scorrere di tutto il film non se ne sente nemmeno l’esigenza di un colpo di scena. Tutto e’ cosi’ artefatto, a cominciare dalla storia.... questi due anchorman famosi e ricchi e potenti, naturalmente un po’ sfatti dal loro ambiente.... questa strana morte nella loro camera che pero’ non suscita, sinceramente, neanche il minimo stupore... cioe’ neanche una ragazza trovata morta in una vasca da bagno ti fa venire la minima curiosita’ di pensare che necessitava di un movente e un esecutore.... come se tutto fosse accessorio in questo film, e nessuna scena, nessun particolare, nessun dialogo, necessario. Ecco perche’ ho pensato all’inutilita’. E quando si esce dal cinema si rimane delusi, ma proprio a bocca amara, perche’ non ti lascia nulla, altro che colpo di scena finale!!! Personalmente non mi e’ venuto da salvare neanche un ruolo, non c’e’ stato un personaggio, protagonista o accessorio o comparsa, che mi abbia colpito, che mi sia rimasto impresso in mente per qualcosa, per un tempo appena piu’ lungo della sua apparizione.... e anche i protagonisti, cosi’ poco credibili, cosi’ caricaturati.... Insomma meglio perdere che trovare un prodotto cosi’. E pensare che all’inizio della pellicola ho fatto pure casino in sala perche’ c’era un forte brusio molesto e temevo mi rovinasse la visione... Forse era meglio interessarsi al dialogo delle due simpatiche vecchiette sedute dietro di me.....
Jollia
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venerdì, 28 aprile 2006

 

 

Le Particelle elementari

Le Particelle Elementari - locandina Bel film. Di quelli asciutti, che non lasciano sbavature melensi, inutili e poco credibili... Un grido di dolore, quasi un inno al dolore che ogni vita puo’ celare, soprattutto quelle vite “normali”; anzi piu’ ci appaiono normali e forse piu’ sofferenza nascondono.

Un film sul disagio (in senso molto lato) ecco a cosa mi ha fatto pensare. Sul disagio piu’ insospettabile, anche. Come quello dell’emarginazione derivante dall’essere un genio, ad esempio, con tutte le estraneita’ alla vita comune che questo puo insospettabilmente comportare; sul disagio della solitudine che e’ assoluta solo quando si e’ conosciuto l’abbandono, quello vero con la "A" maiuscola, tale quando e’ immotivato e quindi subìto, inermi, ancora in fasce da parte della madre, per un qualche motivo, magari la ricerca di esperienze mistiche o ideologiche; il disagio del sentirsi sterile, per non riuscire a suscitare amore nel ragazzo/uomo a cui da sempre si aspira... e magari di diventarlo fisicamente...; il disagio dato dalla conoscenza del proprio futuro segnato da una sicura degenerazione fisica che ci porta ancora di piu’ a volerla negare fino a farci vivere al massimo, fino all’autolesionismo, tutto cio’ che ci e’ ancora concesso e finche’ ci sara’ concesso, in un eccesso sfrenato e tanto piu’ goduto quanto proibito...
Due destini, di due fratellastri, diversissimi l’uno dall’altro ma oltre che con la stessa madre, con una medesima ipersensibilita’... che si sviluppa e si dirige in direzioni differenti, causando disagi differenti.
Lo stile asciutto, i personaggi assolutamente non holliwodiani (per fortuna!), lo scenario nordico che a noi “meridionali” ispira quasi asetticita’ (per lo meno a me l’ha fatto venire in mente, ad esempio nell’ultima scena su una spiaggia di un non meglio individuato Nord Europa), insieme all’evolversi delle situazioni e ai colpi di scena che non sono mai all’insegna di un improbabile ottimismo, ma sempre diretti a un peggio, ove possibile, rendono questo film, di un regista a me sconosciuto (chissa’, forse esordiente???), veramente una piccola chicca, di quelle capaci, ad esempio di far pensare che in un momento di sofferenza interiore forse puo’ bastar poco per “sollevarsi”, magari basta anche solo assistere a una visione assolutamente non del tutto inutile...
                                               Jollia
 
 

 

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giovedì, 27 aprile 2006
Il regista di matrimoni
Si definisce così, fra le righe del suo simpatetico film, il, regista de “Il regista di matrimoni”: il più piccolo fra i grandi; senza considerare poi che siamo in Italia (cioè il paese più piccolo fra quelli grandi). A parte l’ininfluente immodestia, che è sempre optional fra i grandi, siano pure i più piccoli, non si può non concordare. Dopo un paio di generazioni di autori ormai andati e consacrati, c’è nella nostra piccolissima Italia qualcuno che abbia quel passo e quel respiro? Qualcuno in grado di pensare visionariamente il reale, fare sintesi senza compromessi e ammiccamenti di sorta, parlare al cuore e all’intelletto, con una visione lucida (perché onirica) della storia, della cultura e dell’alfabeto dell’oggi? La cui opera faccia ormai corpo (e sangue, buon sangue)? Ci sono frammenti, angolazioni, punti di vista e di osservazione, più o meno azzeccati, più o meno à la page. Mai qualcosa di più organico, completo, simbolico, sintetico, a parte qualche rara eccezione, e Belloccchio indubbiamente lo e’. E’ un film di citazioni “Il regista di matrimoni”: “I promessi sposi”, il film nel film, la crisi dell’intellettuale, “bevete più latte, il latte fa bene…” la trasfigurazione (onirica) della realtà, addirittura le comiche dei tempi del muto, e quante altre se ne poterbbero trovare. Pensiamo a “8 e mezzo”: il regista in crisi, l’alter-ego Mastroianni-Castellitto (alquanto simili nei modi, nelle corde, nello stile, no?), la donna salvatrice/tentatrice, la fuga dalla/nella realtà, ancora il film nel film (o “nei film”: Bellocchio si inventa ancora una webcam B&W poggiata su soffitti, parati, taschini della giacca, sassi di spiaggia), l’assunzione della visione femminile, l’amarezza (o perplessità) di fondo. O pensiamo a “L’uomo delle stelle”, anch’esso vicino, di Peppuccio Tornatore, anche lui, come il nostro, siciliano, con un Castellitto regista (alquanto da strapazzo, ma…dov’è la differenza?) che anche lì gira pellicola nella provincia siciliana. O pensiamo all’ultimo Bertolucci, sul ’68 (il Sessantotto: anche Bellocchio parte artisticamente e politicamente da lì). Fa il trittico con “L’ora di religione” e “Buongiorno notte“Il regista di matrimoni”, film diversissimi, film sull’Italia di oggi che con/viene da quella del passato, che da angolazioni volutamente (e non sostanzialmente) parziali compongono un quadro. Film “politicissimi” tutti e tre (ben più de “Il caimano), che mettono in scena il brodo di cultura in cui annega l’Italia di oggi. Magari ne verranno altri ad aggiungere angolazioni e particolari, ma l’impianto è già solido e (per una volta tanto) coerente. “L’ora di religione” (sempre con Castellitto, su Castellitto) sul rapporto, più che con il sacro, con il clericale; “Buongiorno notte”, sui “morti che comandano” e su come sarebbero potute andare –ma era inimmaginabile che andassero- le cose perché non ci ritrovassimo qui, “Il regista di matrimoni” su come sia impossibile muoversi dentro un presente tarato e corrotto, su come sia impossibile fare, ragionare, lavorare al di fuori di una qualche pur improvvisata ipotesi di fuga, di (in termini artistici) astrazione. Due cani bianchi, due cani neri, un regista di valore che si finge morto (e si interpreta suicida nel mare) per essere consacrato e premiato e scaglia lo champagne del solitario brindisi –appunto- nel mare, un fotografo-filmatore di matrimoni in una cittadina della Sicilia, che riconosce e apre la strada al maestro, una villa patrizia in decadenza, castello kafkiano senza entrate né uscite. E poi, una Lucia Mondella di nome e di fatto, un padre-padrone aspirante omicida-suicida (fà lo stesso), due donne-icona che in pratica sono la stessa (Bunuel?), un matrimonio obbligato e concordato, un mondo esterno che puzza di tradizione male assimilata e conformismo. C’è pure un extracomunitario di colore (l’angelo pasoliniano?) che dona un amuleto e scambia provvidenzialmente una giacca, una clausùra prematrimoniale, appuntamenti e incontri alla messa dell’alba al convento delle Carmelitane, la Webcam dei cani neri e dell’ingresso nella villa memorizzata e fedelmente riportata dalla Lucia Mondella di turno (si comunica, certo, fra chi sogna). “Boh”, è il senso ultimo del film; “boh” concordiamo e asseveriamo: boh, boh, boh. Fuga finale in treno a due, nello stesso scompartimento, Tramaglino, Mondella, e in scompartimenti separati: boh, boh, boh! Fràdiavolo
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mercoledì, 29 marzo 2006

La terra

La terra. Come il titolo dell’ultimo film di Rubini. Terra come attaccamento ad un luogo, terra come un legame invisibile, impercettibile nei confronti di una cultura in cui è radicata la storia di ogni persona. Terra così vicina così lontana. Terra che rimane nel cuore nonostante tanti chilometri di separazione. L’ultimo film di Rubini è anche questo. Il regista, oltre a presentarci un quadretto della Puglia dei giorni nostri, le cui pennellate con toni più o meno forti dipingono un paesello, alcuni abitanti tra cui quattro fratelli, ognuno incanalato nella propria vita si ritrovano per decidere le sorti della masseria di famiglia. Non vi racconto il film. Se riuscite andate a vederlo. Il finale del film, assolutamente imprevedibile, lancia un messaggio chiaro, spregiudicato. L’attaccamento ad un luogo, alle proprie origini, non è solo rappresentato dal desiderio di tornare di tanto in tanto ma sembra essere qualcosa di radicato interiorizzato in ogni persona.

Posso confermare questa tesi. La scorsa estate sono tornata, dopo diciassette anni di lontananza, nel “mio” sud, in una terra lontana ma familiare allo stesso tempo. Una terra in cui non sono nata ma di cui i miei, nativi del posto, mi hanno trasmesso con i loro racconti di vite sradicate le tradizioni e la cultura del posto. La mia) terraNonostante quella cultura mi sia stata raccontata e sia lontana, per certi versi, anni luce dalla cultura (altra) nella quale io sono cresciuta, concordo che l’attaccamento ad un luogo non solo dato dal vivere in quel luogo. E’ molto di più. E’ radicamento, attaccamento e rappresentazione che un determinato luogo ha nello spazio della propria memoria di ogni persona.

TheHours 

nella foto: la (mia) terra

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categoria:cinema italiano
domenica, 26 marzo 2006

IL CAIMANO

 di Nanni Moretti

 Si’, l’ho visto. Forse potrei anche finire qui la recensione Che vuol dire? Intanto palesa la mia perplessita’ ed e’ giusto premetterVi che forse io mi aspettavo un film diverso. Tanto i giornali ci avevano tempestato di slogan e anticipazioni su questo film che (...potere dei mezzi di informazione...) il lavaggio del cervello aveva funzionato. Ve lo dico per avvertirvi: non andatelo a vedere aspettandovi determinate cose, magari su Berlusconi. Perche’ il film e’ e non e’ su Berlusconi. Forse per spiegarmi potrei dirvi che vi sono tracciate due storie: una sul mondo del cinema con le sue difficolta’ di costi, realizzazioni, ripensamenti, compromessi....; un’altra sulla crisi di una coppia (belle interpretazioni del sublime Orlando e della bravissima Buy) con le loro incomunicabilita’, la difficolta’ di accettare questa nuova realta’, mantenendo comunque un rapporto meraviglioso con i figli (parte su cui, da quando e’ diventato papa’, Moretti indugia volentieri peraltro con una visione dolce e delicata...). E Berlusca, allora??? Ecco tutto il film e’ ambientato ai giorni nostri, ecco che c’entra! Quindi con le sue apparizioni, i suoi mi consenta, le sue gaffe ormai storiche (bellissima e mostrata in originale quella del Kapo’ detta ‘per scherzo’ al Parlamento europeo) e le sue innovazioni di modelli televisivi, vallette, ballerine ecc. E , sul fondo, i misteriosi soldi da cui e’ partito l’uomo in tutta questa impresa... Poi, il pretesto per inserirlo meglio e’ costruito attorno a un ipotetico soggetto di film che Orlando (produttore per professione) tenta di realizzare illudendosi di poter rimettersi in sesto... Questa e’ la traccia secca del film.

La realizzazione di Moretti e’ questa volta, forse piu’ di tutte le precedenti, molto personalizzata. Ci sono  molte metafore in tutto il film che a tratti mostra scene quasi felliniane. Ma questo (scusami Moretti) non lo dico con accezione positiva.... proprio no. Secondo me  questo e’ un suo film non riuscito. Rimane un’opera da vedere perche’ ognuno se ne possa fare una propria idea. Pero’ ecco, a me... non e’ piaciuto molto. Ho letto tante cose scritte dopo la sua uscita, pareri, giudizi e considerazioni di molti autorevoli personaggi del giornalismo, della politica, della cultura ecc. Ma non ho trovato nessun accenno di critica (tranne ovviamente da parte dei politici di maggioranza); mi sembra poco onesto nei confronti del Pubblico Generico Pagante.

In sintesi nel film ci sono due chicche che da sole possono valere la visione e tutte e due interpretate da Moretti: nella prima lui con grande emotivita’ afferma che purtroppo Berlusca ha comunque gia’ vinto perche’ (e fa rabbrividire la verita’ che sputa fuori....) ci ha gia’ cambiato le teste. Ed e’ tristemente vero: soprattutto a noi di sinistra ha cambiato la testa e il modo di ragionare e pensare. Nella seconda (parte finale del film) interpreta lui stesso il personaggio di Berlusconi che, condannato al processo, incita la folla a ribellarsi a questa dittatura (naturalmente comunista). L’espressione del suo viso riesce a inquietare e turbare realmente per la durezza e l’inarrestabilita’ che vi si intuisce. 

Forse potevano bastare queste due scene a far riflettere di piu’ sul fenomeno?

Jollia

 

postato da: Jollia alle ore 11:28 | Permalink | commenti (3)
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